Politica

Bertinotti e Marini pressano il gip Forleo sulla segretezza delle intercettazioni

La seconda e la terza carica dello Stato hanno recapitato al presidente del Tribunale di Milano un invito a negare la pubblicazione delle intercettazioni che interessano alcuni membri del Parlamento. Ulteriore tentativo di autodifesa di una casta dura a morire?

Solo qualche mese fa il mondo politico di sinistra si stringeva alla magistratura, facendo scudo con i propri corpi ai presunti attacchi della destra. Tutti contro la riforma della magistratura, che secondo i paladini della giustizia (ovviamente di sinistra) avrebbe portato, oltre che al collasso dell’efficienza del sistema, anche all’indebolimento dell’indipendenza dei magistrati dalle intrusioni della politica. E invece adesso, come se il confronto politico non fosse tra il pensiero di destra e quello di sinistra, ma semplicemente tra chi governa e chi è all’opposizione, gli stessi paladini della magistratura stanno tentando di esercitare pressioni sull’operato dei giudici. E non lo fanno mica in sordina: niente poco di meno che la seconda e la terza carica dello Stato, impersonate dal presidente della Camera dei Deputati Bertinotti e il presidente del Senato Marini, hanno inviato una lettera al presidente del Tribunale di Milano Livia Pomodoro, per chiedere (con toni pacati e dimessi, of course) di non procedere alla disclosure del contenuto delle intercettazioni che coinvolgono alcuni parlamentari. Le suddette intercettazioni, effettuate nel corso delle indagini sul caso Antonveneta – RCS – BNL, coinvolgono ben 73 parlamentari di entrambi gli schieramenti, tra cui i ds Fassino, D’Alema e Latorre e i forzisti Cirillo, Comincioli e Cicu.

L’intera faccenda si snoda sull’interpretazione della legge Boato del 2003, che consentirebbe al gip Clementina Forleo di depositare (ossia di rendere pubblici) il contenuto delle intercettazioni. Secondo Marini e Bertinotti, infatti, la pubblicazione di documenti che coinvolgono deputati e senatori resterebbe soggetta all’autorizzazione delle Camere. Un conflitto di interesse che, a nostro modesto parere, va contro l’interesse dei cittadini di essere costantemente informati sull’operato di coloro a cui hanno conferito il mandato di operare in proprio conto. E’ moralmente corretto estendere la protezione giustamente riservata ai parlamentari dagli interventi “politici” della magistratura, anche alla diffusione di FATTI (e non di illazioni) di indubbio interesse pubblico? E’ giusto prevedere che siano gli stessi parlamentari a delineare il confine della propria impunità?

Raffaele Lillo

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