Economia

Grande Depressione“Bail out America!” titolano numerosi blog e testate finanziarie. Vista l’aria che tira sui mercati direi piuttosto “Bail out the World!”. La settimana passata ha aggiunto un altro tassello al complesso puzzle dell’economia mondiale, informazione tutto sommato prevedibile ma che ha contribuito a acuire le paure degli agenti economici. Tre gli elementi chiave emersi: 1) debacle finanziaria di un fondo di investimento americano, Carlayle (ufficialmente in bancarotta), e di una delle più famose e longeve banche d’affari americane, la Bear Stearns (in grossa crisi di liquidità); 2) intervento massiccio da parte della Fed non solo a supporto dell’intero sistema ($200 miliardi di liquidità) ma anche verso casi singoli (Bear Stearns); 3) inflazione americana ferma dopo i decisi interventi espansivi della Fed (indice di stagnazione galoppante, considerati anche gli effetti al rialzo dei prezzi delle commodities).

Il parallelo con quanto accaduto nel ’29 è quasi immediato: anche allora, la Fed, tramite leggi create ad hoc (le stesse utilizzate oggi per salvare la Bear Stearns), intervenne pesantemente per evitare il fallimento delle banche americane. Anche allora, agì in concerto con una istituzione privata, JP Morgan, la stessa coinvolta ieri nel rifinanziamento della Bear Sterans. Rispetto ad allora, la crisi è infinitamente più finanziarizzata, quindi meno semplice da “sezionare” e più estesa a livello geografico. Per contro, essa è meno legata ai fattori “fondamentali”, in quanto non si ravvisano significativi problemi alla redditività delle imprese (ovviamente istituzioni finanziarie a parte).

L’elemento più preoccupante dell’intera situazione sta proprio nella struttura degli attivi bancari che si è venuta a determinare grazie all’impiego degli strumenti derivati dal credito. La crisi del ’29 fu originata dalla corsa agli sportelli da parte dei risparmiatori, inizialmente circostricca a crisi bancarie isolate e di modesta entità, e poi degenerata in una situazione di panico collettivo che ha prosciugato la liquidità di tutto il sistema. Oggi, le difficoltà delle banche non derivano dai depositi (che i bilanci 2007 delle maggiori banche mondiali danno ancora in espansione), bensì dall’erosione del valore dell’attivo di bilancio. Ciò rende le banche meno solide e quindi meno preparate ad assorbire le perdite potenziali derivanti dalla propria attività, ma soprattutto ne riduce la capacità di generare nuovi prestiti. Ciò deprime il core business degli istituti creditizi (con pesanti effetti sulla redditività degli stessi) e penalizza drasticamente l’attività di finanziamento verso l’economia reale. La depressione così generata ancora non considera gli effetti sulle scelte di investimento delle famiglie, il cui reddito è inevitabilmente ridotto dalla crisi e deve essere compensato dai risparmi. Se a questo si aggiunge una crescente diffidenza che sta sfociando in paura verso le sorti del sistema bancario (acuita dai recenti dissesti di acluni operatori), allora si rende evidente un concreto pericolo di corsa al ritiro dei depositi e al disinvestimento in generale che acuirebbe la crisi già in atto amplificandone gli effetti.

A questo quadro pessimistico, tuttavia, andrebbe aggiunto che, a differenza degli anni ’30, esistono strumenti a disposizione delle autorità finanziare per monitorare la crisi ed intervenire efficacemente. A differenza di allora si conosce meglio la portata degli effetti derivanti dal “panico” piuttosto che dai puri fondamentali economici. Sempre a differenza di allora, la ricchezza mondiale è meno concentrata, e soggetti con ingenti surplus di risorse come la Cina e i paesi esportatori di petrolio potrebbero avere un ruolo attivo nella mantenimento della liquidità sui mercati. Questi elementi sembrano bene inseriti nel quadro comportamentale della Fed, un po’ meno in quello della BCE. Ciò non significa necessariamente che l’autorità di politica economica del vecchio continente stia sbagliando strategia, potrebbe darsi che i dati in suo possesso non rilevino dei problemi così strutturali da rendere necessario un suo pesante intervento. Noi ce lo auguriamo, come ci auguriamo soprattutto che, qualora la situazione in Europa peggiorasse, la BCE sia pronta ad intervenire senza esitazioni.

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